Venerdì 25 novembre ci siamo recati al carcere di Spoleto; siamo entrati eseguendo tutti i processi di sicurezza e ci siamo accomodati. Inizialmente l’atmosfera era molto fredda e distaccata, non avendo mai fatto un’esperienza del genere si percepiva molto timore nell’esporre le nostre curiosità e perplessità. Dopo la presentazione delle persone che abbiamo incontrato lì la situazione si è leggermente attenuata, ci hanno raccontato la loro storia, i loro sbagli ma soprattutto le loro conseguenze. Usciti dalla struttura abbiamo riflettuto molto sulle parole dette, sulle loro storie ognuna diversa dall’altra. Ho percepito sincerità e ho capito che prima di effettuare una determinata azione bisogna rifletterci molto, non solo nell’ambito della “droga” ma in qualsiasi scelta che ognuno di noi scelga di fare: non dobbiamo essere influenzati ma dobbiamo fare scelte effettuate da noi stessi con responsabilità e intelligenza.
Francesco C.
Grazie Francesco. Penso davvero con te: che non avere una scelta personale, una visione di e per sé, così come realizzare la scelta di altri, non nostra, ecco, queste sono le sbarre. Allora proprio ognuno di noi – senza distinzioni – dev’esser “portato via” da quelle prigioni, fatte da sé o “offerte” da altri e accettate da noi per perdersi lì. Allora non ci sono più persone davvero recluse o libere, ma solo gesti di liberazione, gli uni per gli altri, buoni per tutti. C’è umiltà, rispetto e responsabilità reciproci fatti di cura e attenzione, di reale apertura all’altro, il contrario del condizionamento e del giudizio: c’è vero insegnamento e vera comprensione.
Quel giorno per me e stato molto importante, perché riesci a capire veramente gli errori che si possono compiere magari solo per essere accettato da amici sbagliati. Il carcere dovrebbe andare di pari passo con la scuola, perché i ragazzi iniziano a fare uso di droghe proprio negli anni scolastici, magari perché hanno paura di essere vittime di bullismo se non provano quelle sostanze. Invece parlando con delle persone che già hanno passato queste esperienze forse non ci sarebbe più paura ma consapevolezza della cosa.
Luca F.
Grazie anche a te Luca. Credo anch’io che l’identità di una persona sia sempre un’identità “plurale”, cioè che si rispecchia negli altri e necessita del riconoscimento altrui. Questo non è un male, però, nel momento dell’adolescenza quando quasi tutto è “insieme”, questa apertura può essere usata da chi vuole opprimere le altre persone senza alcuno scrupolo. Mi piace molto e condivido l’idea del tuo rimedio: non isolarsi dal mondo, anzi aprirsi ancor più! Perché la chiusura può proprio nascondersi nel numeroso gruppo dei “falsi amici”. Questi allora non possono diventare “tutto il mondo” per te. Hai ragione, i detenuti sono adulti che hanno superato quella fase di privazione di libertà e di identità, infangate dalle relazioni negative e dalla droga. La penso proprio come te: i giovani devono avere adulti di riferimento. E non mi piace quando gli adolescenti fanno “gruppo a sé”. Penso che una società è sana se tutti posso parlare a tutti: giovani ad adulti e viceversa, nonni a nipoti e il contrario, persone detenute – ma libere dentro – a persone libere ma detenute da una loro schiavitù, magari imposta a forza da altri. I riferimenti da seguire devono poter essere molteplici e ovunque, e deve esserci in noi la libertà e la fiducia di seguirli. Solo così si può scegliere di essere liberi: decidendo con chi far crescere la nostra identità.
Da quando ho incontrato i detenuti nel carcere ho pensato a quanto ci vuole poco a rovinarsi la vita per niente. Assomigliavano ai professori, visto che si preoccupavano delle nostre azioni più o meno come i prof. Secondo me quel giorno è stato utile per farmi aprire gli occhi sulla vita reale.
Emiliano S.
Sì, la droga porta tanto danno con poco agire. Questa sproporzione che osservi è reale e dovremmo rifletterci. Basta superare un gradino iniziale – di buon senso, di rispetto per gli insegnamenti che di sicuro abbiamo ricevuto, di amor proprio o di sana paura – e poi tutto procede da sé… verso il baratro. Qui si apre il tema della libertà, che spesso è considerata solo come una sfida: alle convezioni e al contesto in cui viviamo, il quale può sembrarci ristretto o insoddisfacente. Quindi la droga è la soluzione? Invece dovremmo chiederci qual’è il modo per rendere il contesto più ampio e soddisfacente. Non certo evaderne. E nemmeno deformarlo con l’effetto allucinante della droga. No: l’evasione non ci rende persone libere, ma solo persone senza responsabilità. Perché se il contesto dove viviamo non ci basta, allora bisogna che costruiamo orizzonti di senso più ampi, e non orizzonti fatti di chimica. Dovremmo impegnarci anziché evadere. Lo stesso vale se ci sembra insoddisfacente: dobbiamo lavorare per migliorarlo e non per sentirci “migliori” solo noi, attraverso il delirio distruttivo della droga. Preoccuparsi delle azioni degli altri dici? Certo! Perché nessuna azione è indifferente, specie quella di un giovane. Gli uomini – come le piante – si alimentano dal seme che li precede, finché non mettono radici e foglie a dovere. Il giovane è un po’ il seme dell’uomo che sarà. Per questo non è mai indifferente ciò che fa un giovane. Perché, proprio come il seme, dovrebbe accumulare in sé sufficienti “riserve buone”… per far germogliare l’uomo. Poi, anche ben nutrito di riserve, il seme soffrirà se la terra dove “cade” non è buona, o cade tra le spine o i sassi. In questo caso non dobbiamo tenere il faro sulle azioni dei giovani, ma su quelle della società. Hai ragione: i detenuti quel giorno sono stati maestri di vita reale. Perché la voce scaturiva dalla loro storia fatta di “carne e sangue” – di vita – e non da righe di libri letti vicino al focolare. Allo stesso tempo però ci hanno insegnato il valore della “parola”, del pensiero: perché non basta la “carne e il sangue” per trasmettere ad un’altra persona – magari molto diversa da te – ciò che senti davvero, quello che è importante per te. Basterebbero gli occhi e il corpo a “parlare”? Certo, ma credo anche che lo sforzo fatto per trovare le “parole pensate” per raccontarti, porti a chi ti ascolta la forza e la verità del tuo messaggio. Siamo esseri sociali ma con vite uniche. Per dire agli altri la nostra dobbiamo averla vissuta ma anche renderne il valore e la profondità attraverso le parole. Anche per questo saremo creduti. Il linguaggio non dev’esser vestito d’addobbo ma cicatrice, che ci presenta agli altri evocando la nostra verità intima. Credo che, se la vita ci ha insegnato davvero qualcosa, non lo diremo con superficialità ma con attenzione e sentimento.