Alcuni studenti hanno deliberatamente rinunciato a svolgere il colloquio all’esame di Stato, l’appena conclusa “maturità”, abbandonando la possibilità di ottenere buone valutazioni nel loro diploma. Sembra di capire per una protesta rispetto al “sistema dei voti”.
In premessa osservo che è falso ciò che ho appreso da alcuni media: questi studenti hanno in realtà rispettato in pieno le regole relative allo svolgimento dell’esame. Si sono presentati a tutte le prove e quelle scritte le hanno svolte con impegno, solo all’orale – l’ultima prova – hanno voluto lanciare un segnale pagandone le conseguenze. Davanti alla Commissione esaminatrice hanno regolarmente firmato la presenza al colloquio però hanno rinunciato a sostenerlo. Hanno rifiutato di dialogare con gli insegnanti delle discipline in quello che appunto si chiama “colloquio”. Sono stati poi valutati con punteggio minimo ma nessuno ha approfittato di nulla né leso alcunché, eccetto la “forma” cui siamo abituati. Ma la forma è sostanza e, come si direbbe a scuola, questi studenti hanno “consegnato in bianco” lasciandoci interdetti. Non l’hanno fatto perché impreparati: il loro punteggio di ammissione – il credito scolastico derivante dai voti riportati negli ultimi tre anni – era alto. Da insegnante provo dolore per questa rinuncia e mi interrogo per capire le ragioni della scelta.
Forse gli studenti sono stanchi, a volte, di “colloquiare” da “seduti sul piatto della bilancia”, sapendo che quel colloquio sarà infine ricondotto a prestazione da un numero: il voto. Forse sono stanchi di parlare mentre immaginano l’ago della bilancia sulla loro testa che oscilla su una scala numerica in base alle parole dette, a come vengono organizzate e al “colore” con cui si pronunciano (se esprimono sicurezza o incertezza, brillantezza o nebulosità). Credo che l’ago di quella bilancia – per chi l’osserva e per noi che lo manovriamo – rappresenti un rischio di semplificazione della persona: qualità umana ricondotta a misura, a quantità. La personalità in crescita di un adolescente potrebbe infatti scambiare il voto con il peso di un “premio” o di una “punizione”, oppure – in un’ottica economista ben nota alla società – per un compenso erogato a fronte di concreti risultati prodotti. Con buona pace per la leggerezza di Calvino.
Ma in questo, dov’è lo scandalo per noi e per gli studenti?
Forse, per chi sta crescendo, lo scandalo è non sentirsi considerato da chi, più “grande”, lo guarda solo “sotto certe condizioni” (quelle del modello di valutazione) che infine gli dettano “condizioni certe”, giacché il voto è esito netto. Questo è forse lo scandalo per chi studia.
Magari gli studenti lo hanno già sperimentato in cinque anni (la durata del secondo ciclo di istruzione) e ora vorrebbero altro, o almeno “anche” altro. Prima di salutarsi con i professori sperimentare la libertà di non essere ancora una volta “in gioco”, laddove si vince, si perde, si finisce sul gradino di una scala. Pensare di esporre/esporsi senza il condizionamento di una contropartita: il materialismo della “perversione numerica” che, alla fine, ti impacchetta (de-finisce, cioè rende finito) ed etichetta (classifica).
Forse questo ha portato alcuni studenti a “deformarsi”, a mostrarsi per quel che non sono, a stravolgere il proprio esame, l’ultimo passaggio nella loro scuola, magari il più importante (così si dice a volte dell’esame di Stato). E noi – insegnanti, analisti, adulti, ministri… – dovremmo ascoltarli. Per comprendere, non per giudicare o difenderci.
Forse il loro comportamento è immaturo, perché la maturità consiste proprio nell’esprimere ciò che si è al di là – o proprio in virtù – del condizionamento della situazione, nell’essere attivi piuttosto che solo re-attivi alla realtà con cui ci si confronta. È vera però anche la missione che abbiamo: accompagnare gli studenti a questo traguardo interiore – la Maturità appunto – chiedendoci sempre come poter migliorare.
Questi studenti sono una minoranza, ma la democrazia si occupa delle minoranze.
Convinto che i grandi cambiamenti – quelli di paradigma non di revisione – nascano in preferenza dai giovani, mi interrogo.
Gli adulti appaiono oggi incapaci di slancio e ideazione per nuove visioni, spaventati o pigri al compito di immaginare una scuola meno ricca di “cose” (dettami e numeri) e più radicata nella persona e nella relazione, dove la prestazione e la valutazione esaustive – che siano celebrative o stigmatizzanti – vengano un po’ accantonate.
Per gli adulti l’impalcatura essenziale della scuola potrebbe forse restare fissa per millenni. Eppure la vita ci insegna che i sistemi complessi cambiano, sempre, a volte radicalmente, per evolversi.
Questa necessità la segnalano oggi gli studenti bollati da qualcuno “reticenti”: cacciatori di ideali piuttosto che voti. Bene, l’ideale è da definire e rendere attuabile.
Tuttavia il ministro vuole punirli dal prossimo anno: mancano di rispetto alla Commissione dei docenti che sta adempiendo ad un obbligo sancito in Costituzione (condurre l’esame di Stato, ex-art. 33). Magari è infastidito anche dal loro cinico calcolo: “Con scritti e crediti sono già promosso, non faccio l’orale perché in questo sistema non mi trovo”.
Ministro, non si offenda se gli studenti fanno calcoli da irresponsabili. Il calcolo, in fondo, pecca sempre di irresponsabilità quando applicato all’umano. Perché i calcoli sono esatti, gli esseri umani no. Loro sono sfuggenti, indeterminati, non espliciti né quantificabili, e chiedono amore invece di esattezza, comprensione piuttosto che giudizio.
Non si offenda dunque se gli studenti fanno calcoli: forse glielo abbiamo insegnato noi. Dando i numeri (i voti), forse è normale che li usino poi per calcoli propri arrivando – a Suo avviso – a “dare i numeri”, a uscire dagli schemi.
Il numero, il voto, tranquillizza noi – forse anche gli studenti e i genitori – con la sua trasparente esattezza. Ma forse devia dall’obiettivo anche molti studenti: dobbiamo ignorarlo, ignorarli?
Il numero è buono per un confronto con altri numeri – superiori o inferiori – è quindi strumento utile per definire il merito: e se ragazze e ragazzi finissero solo con l’identificarsi al numero?
Però noi insegnanti spieghiamo sempre che la valutazione non deriva soltanto da un calcolo matematico, e il voto deve orientare e non definire. Infine sta alla loro maturità non esaurirsi al voto (e non esaurirsi col voto, se parliamo di nervi). Però da noi esce sempre, inevitabilmente, un numero, e questo è comunque qualcosa di matematico, una media tra tanti più o meno sfumati aspetti umani. Ebbene, dietro i numeri ci sono le persone. Questo ci dicono gli studenti “disallineati” con la maturità. Persone come insegnanti che sanno l’insufficienza del voto per le questioni umane – formative ed educative –, persone come studenti in cerca di riferimenti a cui non si possono assegnare numeri dicendo che “però l’importante è altro” e loro sono “altro” dal voto. Non glielo si può dire perché, semplicemente, non lo capiscono. E non lo capiscono perché è contraddittorio. Perché manca l’esempio di una società coerente e impegnata per quell’”Altro” cha a volte declamiamo ma poco incarniamo.
Invece dovremmo chiederci a quale nuova formazione vogliamo approdare, insieme.
Se vogliamo arrivare a un numero, serviamoci ancora dell’accurato “giochino” la cui scala va – considerando la promozione – ben da 60 (minimo per diplomarsi) a 100 con lode. Ciò permette di apprezzare molte sfumature certo, ma forse il “quadro” di cui parlano gli studenti è un altro.
Forse non dobbiamo inquietarci allora se qualche studente prova, a suo modo, a sottrarci l’esclusiva del “gioco” – il calcolo – volendo fermarsi al limite inferiore della scala (diplomandosi con un voto minimo). E se il ministro e molti docenti appaiono feriti, forse i numeri non sono solo un gioco ma piuttosto un’arma o uno scudo: se noi che li brandivamo siamo ora lesi o scoperti, avendoli contro. Oppure un idolo, uno di quei totem indiscussi e indiscutibili che, se toccati o rimossi dal centro, smascherano l’attaccamento acritico di chi li adulava.
La scuola serve a ispirare nuove visioni del mondo. Se voi studenti intuite di doverla migliorare, io sono con voi.